L’altra notte ho fatto un sogno strano – tanto per cambiare.
Mi trovavo a Racconigi, nei pressi di casa mia e improvvisamente mi son messo a correre verso Cavallerleone. La strada pareva più lunga di quanto sia realmente, sembrava non finire mai. Ansimavo e boccheggiavo ma continuavo a correre come un ossesso, come se fossi inseguito da qualche demone con picca e tridente. Finalmente, dopo ore mi è parso, sono arrivato a Cavallerleone. Ma non era la città che conosco, molto più grande, con palazzi e strade alberate traboccanti di case. Incontro un tale su un pulmino VW che mi propone di andare a far visita a Ginsberg, alla casa di riposo. Nel sogno non ricordo se Ginsberg sia vivo o meno, comunque salgo sul pulmino. Giungiamo in un luogo che pare una tetra chiesa, appartata dietro a frasche e piante tropicali. E’ tutto molto buio e confuso qui. Presso l’altare della chiesa giace il solito Cristo morto, appeso alla croce. Ma stranamente questo Cristo è vivo, scende giù dalla croce, rachitico e brunito e ci fa scappare dallo spavento.
Peccato che abbia ricordato di trascrivere il sogno soltanto ora, ad una settimana dalla magica notte in cui l’ho fatto. Se l’avessi trascritto subito sicuramente sarebbe stato più ricco di particolari. Comunque sia mi è rimasto impresso, come se durante il sonno avessi acceso Rec nel mio cervello. Uno strano sogno, pregno di manciate di realtà bevuta poco prima di dormire. Il libro di Ginsberg giace sul mio comodino, il Cristo morto è appeso sopra il computer da dove inconsciamente lo contemplo, anche soltanto alzando lo sguardo per captare un’idea sospesa nell’aria. Un sogno ricco di colore, vivo al punto che quando ero dentro non ero conscio di star sognando.

Quello strano sogno aveva a che fare con la gloria, con la passione, con il peccato e col paradiso. Quel bizzarro sogno non era nient’altro che l’ultimo fotogramma della mia giornata. Con occhio distaccato ho guardato la copertina del libro di Ginsberg e il Cristo appeso. E poi chiudendo gli occhi ho visualizzato l’agonia, l’ultimo giorno trascorso, morente tra le mie braccia e i miei capelli. Quel sogno è diventato briciole di forfora, che al mattino ho tenuto in testa senza pettinarmi. Quel sogno è mi ha accompagnato lungo la giornata come una sottile paranoia tra le pieghe grigie e zigzagate del mio cervello. Al lavoro mi tornavano in mente il Cristo e Ginsberg morenti, un ultimo fiato come l’ultima boccata di una sigaretta. Nella foga del giorno non sono riuscito più a ripercorrere il sogno, non ho più rivisto il Cristo sceso dalla croce. Ho soltanto in memoria un morituro stupito per essere ancora vivo, che si trascina giù per la croce come un vecchio spirito risparmiato dalla mannaia.
Ora rivedo tutto questo, senza pentimenti ne falsi sorrisi ironici ripercorro la solita strada, che so già a prescindere dove mi porterà. Domani no, domani scappo via, vado in America. Vado a vedere il gran manicomio di persona, NYC mi aspetta.
Mi ero ripromesso di non parlare del mio futuro viaggio di NYC, come a suo tempo ho fatto per Parigi e per il Messico. Ma è più forte di me, la tentazione di raccontare le mie ansie e le mie speranze su questo nuovo viaggio mi apre letteralmente i rubinetti. Voglio raccontare dell’Empire State Building, che per ora è lassù sospeso nei cieli della grande mela. Per ora è solo una fantasia raccontata da qualcun altro. Voglio parlare di Central Park e del MoMa, voglio immaginare me stesso a spasso per il MoMa ad ammirare quadri e sculture e ogni altra emanazione di arte prodotta da qualche pazzo artista. Voglio parlarvi del ponte di Brooklyn, delle ceneri del WTC e del Macy’s store. Per ora tutte fantasie, solo foto spuntate da internet e descrizioni lette su tomi voluminosi intitolati NYC.

NYC ora mi appare come una oblunga spirale bianconera, da una parte Harlem il quartiere nero, dall’altra Manhattan, regno dei bianchi: francesi mangiarane, inglesi succhia te, tedeschi mangia krauti. Kapisci tu? Krauti. Noi essere padroni del mondo. Noi essere razza bianca, noi essere i migliori. E altre fesserie ancora, altre discriminazioni, soltanto per una concentrazione più alta di melanina nella pelle di questi poveri neri, stivati ad Harlem, rinchiusi nelle loro chiese Gospel. E voi bianchi, in giacca e cravatta in fila per entrare alla Borsa dove esercitate il lavoro di broker. Voi bianchi a spasso per Central Park di giorno. Di notte no, la notte il Park si popola di uomini neri con gli occhi bianchi da far paura. La notte i due mondi si mischiano, per formare un agglomerato di feste, party, rave. Tutti sotto le stelle e non importa il colore della tua pelle, che tu sia nero, bianco, giallo o rosso, nessuna differenza per te. L’importante è divertirsi. Poi il giorno successivo tutti torneranno al proprio modello razzista, i neri verranno visti come sporchi negri e i bianchi come schiavisti, riffa riffa, approffitatori, dominatori delle banche, avvocati. Il giorno si traccia una linea netta che divide i due mondi, non sono ammesse sfumature di colore, non è ammesso attingere il pennello sporco nel barattolo bianco. Durante il giorno si consumano efferrati delitti che la notte neanche si sogna, durante il giorno una fetta di razza umana viene assassinata, dipende dove tu ti trovi. Dipende se tu sia partigiano o talebano, Bianco o Rosso, comunista o nazzista. Durante il giorno interi popoli vengono additati come minoranze, intere famiglie sterminate nella loro terra, solo perchè credono in un Dio diverso da quello della  mano dello sterminatore. La notte manco si sogna gli omicidi che commette il giorno. Il sole del giorno porta la follia, porta a percepire i colori, porta a giudicare e a riconoscere i contorni. La luce, brutta cosa.

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